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Uno studio rassicura sull’uso di corticosteroidi inalatori per l’asma in gravidanza

L’asma è stata associata a esiti avversi sia per le madri che per i figli

Da MedPage Today

Uno studio di coorte condotto a livello nazionale in Corea del Sud ha rilevato che le donne affette da asma che hanno continuato ad assumere corticosteroidi per via inalatoria durante il primo trimestre di gravidanza non hanno registrato tassi più elevati di esiti avversi rispetto a quelle che ne hanno interrotto l’uso.

Dopo aver corretto i dati per i fattori di confondimento, non sono emerse differenze statisticamente significative negli esiti materni o neonatali. I rischi per 1.000 gravidanze relativi ai seguenti esiti, confrontando le donne che hanno continuato l’assunzione di corticosteroidi per via inalatoria nel primo trimestre rispetto a quelle che l’hanno interrotta, sono risultati i seguenti:

  • Diabete gestazionale: 145,6 contro 131,9 (rapporto di rischio [RR] ponderato 1,05; IC al 95%: 0,90-1,22)
  • Preeclampsia: 21,8 contro 13,3 (RR ponderato 1,14; IC al 95%: 0,74-1,75)
  • Parto pretermine: 131,4 contro 128,6 (RR ponderato 0,95; IC al 95%: 0,82-1,11)
  • Basso peso alla nascita: 77,5 contro 58,3 (RR ponderato 1,11; IC al 95%: 0,89-1,39)
  • Malformazioni congenite: 57,6 contro 42,2 (RR ponderato 1,22; IC al 95%: 0,94-1,56)

La prosecuzione dell’uso di corticosteroidi per via inalatoria non è risultata associata a un aumento del rischio di altri esiti materni e neonatali; tali risultati sono stati confermati anche nelle analisi dei sottogruppi e nelle analisi di sensibilità, come riferito da Yunha Noh (PharmD, PhD) della Chonnam National University di Gwangju (Corea del Sud) e dai suoi colleghi su *JAMA Network Open*.

“In linea con precedenti studi di coorte, non abbiamo osservato un aumento del rischio di esiti materni o neonatali maggiori associato alla prosecuzione dell’uso di ICS [corticosteroidi per via inalatoria] nel primo trimestre“, hanno scritto gli autori, sottolineando che la similarità degli esiti va interpretata tenendo conto di potenziali differenze nella gravità della patologia di base e che la gestione dell’asma nelle pazienti deve comunque avvenire su base individuale. A livello mondiale, una percentuale compresa tra il 3% e il 12% delle donne in gravidanza soffre di asma; di queste, il 20% va incontro a riacutizzazioni. L’asma in gravidanza è stata associata a esiti avversi sia per la madre che per il nascituro, in particolare quando la patologia non è adeguatamente controllata. Le linee guida raccomandano alle donne in gravidanza di proseguire le terapie, inclusi i corticosteroidi per via inalatoria, sebbene sia ancora molto frequente che le donne ne interrompano l’uso nelle prime fasi della gestazione.

Alcuni studi suggeriscono che l’interruzione dell’uso di inalatori possa aggravare i sintomi dell’asma e compromettere la gravidanza, mentre altre ricerche non hanno rilevato differenze negli esiti. Gli autori hanno osservato che tale discrepanza potrebbe derivare dall’eterogeneità e dai limiti metodologici degli studi condotti.

Per colmare questa lacuna, gli autori hanno inteso valutare l’associazione tra la prosecuzione della terapia con corticosteroidi per via inalatoria nel primo trimestre di gravidanza e i principali esiti materni e neonatali, attraverso uno studio di coorte su base di popolazione.

I ricercatori hanno analizzato dati relativi a coppie madre-figlio raccolti tra il gennaio 2009 e il dicembre 2023 attingendo a due database: il *National Health Information Service* della Corea del Sud, che raccoglie dati sanitari longitudinali di 50 milioni di persone, e il *National Health Screening Program for Infants and Children*, che contiene informazioni sul peso alla nascita.

Sono state incluse nello studio donne di età compresa tra i 15 e i 50 anni che avevano partorito un bambino vivo tra l’aprile 2010 e il dicembre 2022. Le partecipanti dovevano inoltre presentare almeno una diagnosi di asma codificata secondo la classificazione ICD e aver ricevuto almeno due prescrizioni di corticosteroidi per via inalatoria nei sei mesi precedenti l’ultima mestruazione. I corticosteroidi presi in considerazione includevano beclometasone, budesonide, fluticasone, triamcinolone e ciclesonide (Alvesco), somministrati sia come singoli principi attivi sia all’interno di inalatori combinati.

Gli esiti materni presi in esame comprendevano preeclampsia, diabete gestazionale, parto ostruito, emorragia antepartum, rottura prematura delle membrane e parto pretermine; gli esiti neonatali includevano ipossia o asfissia, basso peso alla nascita e malformazioni congenite.

Su un totale di 3.909.084 gravidanze, 6.105 soddisfacevano i criteri di inclusione dello studio. Solo il 34,5% di queste donne ha continuato a utilizzare corticosteroidi per via inalatoria nel primo trimestre (2.108 donne, età media 33,2 anni), mentre il 65,5% ne ha interrotto l’uso (3.997 donne, età media 32,9 anni).

Rispetto a chi ha interrotto il trattamento, tra le donne che hanno continuato ad assumere corticosteroidi per via inalatoria si è registrata una percentuale maggiore di primipare (50,0% contro 37,6%) e un minor ricorso ad antibiotici (86,2% contro 92,7%), farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS; 68,3% contro 78,1%), paracetamolo (67,0% contro 74,3%) e diidrocodeina (59,5% contro 72,5%). Le donne che hanno proseguito la terapia hanno fatto anche un uso maggiore di corticosteroidi orali ad alto dosaggio (≥180 mg; 17,5% contro 8,4%) ma minore di corticosteroidi orali a basso dosaggio (≥50 mg; 7,4% contro 13,0%) rispetto a chi ha interrotto il trattamento; secondo gli autori, ciò indica una maggiore gravità della malattia di base.

Le donne a cui erano stati prescritti antibiotici, diidrocodeina, FANS e un maggior numero di classi di farmaci per l’asma avevano meno probabilità di continuare ad assumere corticosteroidi per via inalatoria, mentre le donne che assumevano corticosteroidi orali ad alto dosaggio, combinazioni di beta-agonisti a lunga durata d’azione e che effettuavano frequenti visite ambulatoriali per problemi respiratori avevano maggiori probabilità di continuare l’uso di tali farmaci.

“Nel complesso, queste osservazioni suggeriscono che un controllo inadeguato dell’asma può aumentare i rischi materni e neonatali, sottolineando l’importanza di mantenere un controllo ottimale dell’asma durante tutta la gravidanza“, hanno concluso.

Gli autori hanno evidenziato alcune limitazioni, tra cui il fatto che le cartelle cliniche potrebbero non riflettere l’uso effettivo dei farmaci e l’aderenza alla terapia, la possibilità di errori di classificazione, l’influenza di fattori confondenti non misurati e il potenziale bias di selezione derivante dall’inclusione dei soli nati vivi. Inoltre, i risultati non implicano un rapporto di causalità a causa del disegno dello studio.

 

Leggi l’articolo originale:
https://www.medpagetoday.com/obgyn/pregnancy/122736